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Tornerò
Sul suo corpo era stato ritrovato un biglietto.
Tutti pensavano fossero le sue ultime volontà. O i motivi per cui aveva deciso di farla finita. O, ipotizzando uno scenario da film giallo o da Italia degli anni di piombo, la rivendicazione del suo assassino.
Invece era una poesia. Scritta al computer, per cui non si capiva chi fosse l’autore. Leggerla non aiutava molto. La poesia recitava:

Tornerò
col sole metallico
dei giorni d’inverno
o con quello accecante
sul far del tramonto
e sarò terra per coltivare
e acqua per dissetare
il tuo bisogno
assurdo, legittimo
di guardare oltre.

Che c’entravano quelle parole così nostalgiche, quasi eteree, con una cosa turpe come una morte violenta? Anche ipotizzando che l’autore avesse voluto consumare una vendetta e ricamarla con espressioni poetiche il messaggio non passava, visto che la poesia era aperta alla vita e alla speranza…
Se poi l’autore fosse stato l’eventuale suicida, si poteva ipotizzare solo che credesse nella reincarnazione, magari dopo avere sprecato ineluttabilmente una grande occasione nella vita che aveva deciso di abbandonare.
Il caso fu affidato, per uno scherzo del destino, o semplicemente per una logica di competenze, a un suo quasi omonimo cugino. Si era infatti deciso di indagare per scoprire ipotetiche responsabilità prima di archiviare la questione, come si conviene fare in casi avvolti da uno spessore più o meno fitto di mistero.
Suo cugino era il commissario di un paese vicino. Il perché non si fosse deciso di rivolgersi a quello locale era chiaro a tutti: innanzitutto per il forte divario di bravura e abilità investigativa tra i due, dimostrato in più e più occasioni, in secondo luogo perché si pensava che, avendo anche un legame di parentela con la vittima, il commissario preposto fosse ancora più motivato a trovare la soluzione dell’enigma, aggiungendo alla sua professionalità tutto il beneficio che poteva derivare dal cosiddetto fattore umano.
Il commissario partì dai dati a sua disposizione. Suo cugino, col quale peraltro i contatti non erano mai stati molti, anzi, praticamente nulli negli ultimi anni, era stato trovato impiccato all’alba nel suo ufficio.
Le prime indagini avevano rilevato che non vi erano tracce di impronte sul suo corpo e sul cappio, per cui o aveva agito da solo o l’assassino era stato particolarmente abile usando dei guanti. Quello che suonava strano era l’orario, non certo di lavoro, che avvalorava il sospetto di un suicidio, ma volendo anche di un omicidio premeditato e costruito, perché l’obiettivo sembrava proprio quello di impedire vi potessero essere testimoni.
Purtroppo lui conosceva troppo poco suo cugino per sapere esattamente come se la passasse e se desiderasse o meno farla finita. Di lui sapeva, anche grazie alle informazioni raccolte, che era separato da diversi anni, che vedeva molto poco (non per sua scelta) il suo unico figlio, ormai adolescente, e che economicamente negli ultimi anni aveva avuto qualche piccolo problema rispetto ai fasti passati, ma il tutto non sembrava giustificare un gesto estremo, visto che le situazioni che stava vivendo erano, anzi, sono ormai la normalità al giorno di oggi, né al commissario risultava che la sensibilità di suo cugino fosse talmente fragile e spiccata da non reggere gli urti grandi e piccoli della vita.
Neanche però gli andava di chiudere lì la partita. Non fosse per la correttezza con cui egli svolgeva il suo lavoro e aveva accettato il mandato, che aveva deciso di esercitare col massimo della scrupolosità, non fosse per il messaggio subliminale della poesia rinvenuta, che peraltro poteva trovare una giustificazione con il desiderio del cugino di tornare in una nuova vita dal figlio e magari anche dall’ex moglie, ciò che, come previsto dagli affidatari dell’incarico, spingeva il commissario a trovare non una soluzione, ma la soluzione, era proprio il vincolo parentale, che tra l’altro con un incipiente senso di colpa sentiva di avere trascurato, non raccogliendo quello che poteva essere stato il grido assordante proprio perché muto di un cugino che solo ora capiva di aver perso per sempre. Gli doveva almeno la scoperta della verità, qualunque essa fosse.
Il commissario iniziò a muoversi nell’ambito lavorativo del cugino. Era il titolare di una piccola azienda non ancora stritolata dalla crisi, visto che il fatturato, seppur di poco, continuava ad essere in attivo. Certo, i bei tempi erano lontani, ma almeno non erano mai stati contratti debiti, se non quelli occasionali legati a dei periodici ordini e che comunque erano stati presto estinti. Dunque la ragione della morte del cugino non poteva o non doveva essere riconducibile alla sua sfera professionale, anche se, come già evidenziato, suonava strana la sua presenza in ufficio all’alba del giorno fatale…
Forse era più foriera di spunti la sua vita privata. Non si capiva bene che esistenza avesse condotto dopo la separazione: di certo la sua vita mondana era stata praticamente nulla. Gli era stata attribuita qualche storia più o meno breve, ma niente di importante e soprattutto mai sotto i riflettori, tanto che non era neanche sicuro che tali storie vi fossero effettivamente state.
Se da un lato questa mancanza di spunti poteva gettare nello sconforto il commissario, visto che l’enigma sembrava davvero destinato a restare tale, dall’altro lo attraeva e lo spingeva ad andare avanti proprio quell’assoluta normalità, perché si sa che “il sonno della ragione genera mostri” e che comunque le cose più assurde avvengono proprio dove meno le aspetti.
Di colpo trasalì… Ripensò alla sua considerazione, come se qualcosa potesse aiutarlo nella sua ricerca. Assurde… Era, guarda caso, l’aggettivo, anche se declinato al singolare e al maschile, che l’autore del biglietto rinvenuto presso il cadavere aveva scelto nell’ossimoro del penultimo verso. Vista la coincidenza gli venne in mente, chissà perché, che in quella parola potesse essere la chiave dell’enigma.
Una cosa, infatti, la ricordava: da bambini lui e suo cugino si sfidavano sulla Settimana Enigmistica e sulla storica Domenica Quiz a colpi di rebus, sciarade, cruciverba e indovinelli: chissà se quell’accostamento poteva non essere stato casuale…
Ci pensò tutta la notte e anche durante il giorno, mentre proseguiva le indagini. Aveva, tra l’altro, appurato che l’ex moglie di suo cugino aveva da tempo un nuovo compagno, un tipo di cui non si sapeva molto ma che sembrava le assicurasse un tenore di vita migliore. Di lui aveva saputo il nome, Dario, mentre il cognome era molto strano, forse di origine teutonica visto che iniziava per Gutte. Sembrava anche che questa persona non andasse molto d’accordo col suo cosiddetto figliastro (il nipote del commissario), ma poteva anche darsi che il ragazzo fosse rimasto scosso, in un’età già di suo delicata, per la morte del genitore.
Dal momento che nella sfera lavorativa il commissario non era riuscito a trovare niente che gli suonasse interessante , decise di concentrarsi , prima di archiviare il caso, sulla famiglia che il cugino aveva lasciato prima da vivo e poi da morto. Pensava infatti che il non essere ancora lui riuscito a, come si suol dire, rifarsi una vita, potesse averlo indotto, in un momento di disperazione e di solitudine, a farla finita.
O forse c’era dell’altro: qualora così fosse, il commissario era lì proprio per scoprirlo…

- È permesso?
- Vai a vedere chi è, disse la donna al figlio.
- Chi è?
- Ciao! Mi riconosci? Sono tuo zio!
- Zio? Ah, sì. Come mai da queste parti?
- Te lo dirò con franchezza. Sto cercando di capire cosa è successo a tuo padre. Puoi aiutarmi?
- Magari potessi. Vorrei capirlo anche io. Se prima c’era poco, ormai non potrà esserci neanche più quel poco. Avrei proprio bisogno almeno di capire il perché. Forse la vita mi sembrerebbe un po’ meno di merda.
- Se mi dai una mano forse posso venire a capo dell’arcano.
- Ma insomma con chi stai parlando? La donna cercava di capire cosa stesse succedendo.
- Arrivo mamma, ora ti spiego… Poi, rivolto allo zio: Ok, ti dirò quello che so su mio padre. Forse però per il momento è meglio che non ne parli con mamma: da quando sta con quel tipo non la riconosco più. Sono sicuro che anche per te lei sarebbe una delusione.
- Ok, per il momento seguirò il tuo consiglio. Ma può darsi abbia bisogno sia di lei che, perdonami, di lui per risolvere questa dannata storia. Intanto, quando possiamo vederci con più calma?
- Ma insomma!
- Arrivo, mamma… Passerò io da te domani pomeriggio, verso le quattro. Il commissariato è vicino a casa di un mio amico: dirò a mamma che devo andare a studiare da lui, così non si insospettirà.
- Ok, grazie. Allora a domani!
- Va bene, ciao… Eccomi, mamma!
- Ma chi era alla porta?!
- Niente, mamma, un mio amico. Mi ha chiesto di andare a studiare da lui domani pomeriggio per un’interrogazione che abbiamo entrambi. Posso (tanto anche se mi dici di no vado lo stesso)?
- Ok, ma stavolta voglio la sufficienza. Vai a mangiare, ora: il tuo pasto si è già freddato.

L’indomani il ragazzo si presentò al commissariato. Raccontò dei rapporti non idilliaci con suo zio e di quelli, quasi interrotti, con suo padre. Non era riuscito a capire se a suo padre non importasse di lui o se lo avessero tenuto quasi fuori dalla sua vita. Di certo, a parte l’assegno mensile che gli passava, i loro contatti erano sporadici, e sempre soffocati da qualsiasi contingenza si presentasse, tanto che sembrava destino non potessero più essere stretti come erano stati troppo tempo fa. In questo senso la sua morte aveva solo portato a termine nel più macabro dei modi un processo inesorabile e di lungo corso.
Il suo patrigno, se così si poteva definire, invece proprio non gli piaceva. Aveva un che di losco. E sua madre sembrava essere stata soggiogata da quel fascino perverso, tanto che il ragazzo aveva preso a odiare anche lei, pur serbando in buona parte l’affetto filiale, tanto che questo sentimento ambivalente nei suoi confronti lo scompensava non poco.
Il commissario ascoltò attentamente suo nipote ed ebbe la conferma ai suoi sospetti. Gli sembrò che quel Dario dovesse nascondere qualcosa di utile alle sue indagini. Dopo aver congedato il ragazzo, promettendogli, nei limiti delle sue possibilità, di far luce sull’intera vicenda, ripensò allo strano cognome che già lo aveva colpito e che iniziava per Gutte.
Guttelmossi. Dario Guttelmossi…
E lì gli venne l’illuminazione, lo shining che lo fece rabbrividire come l’omonimo film…
Dario Guttelmossi era l’anagramma di “assurdo, legittimo”!!! Proprio l’ossimoro nel penultimo verso della poesia rinvenuta vicino al corpo di suo cugino… Questo era il messaggio che suo cugino doveva aver lanciato: forse proprio a lui, perché entrambi appassionati di enigmistica.
Era la chiave che cercava. E la conferma che stava sulla giusta pista. Ora si trattava solo di capire quale fosse il coinvolgimento dell’uomo nella morte del suo “rivale in amore”.
Poteva usare questa locuzione? In fondo suo cugino e la madre del ragazzo erano già separati da tempo quando nella vita di lei aveva fatto irruzione quel Dario. Ma, chissà, uno dei motivi per i quali suo cugino era morto poteva essere proprio la donna prima dell’uno, poi dell’altro, come nella canzone Keaton di Guccini…
A quel punto forse la cosa giusta da fare era interrogare la donna e il suo nuovo compagno. Ma non voleva insospettirli. Chissà che non fossero stati d’accordo nel provocare la morte del cugino… Certo, d’altra parte, interrogarli non sarebbe neanche suonato così strano. In fondo era normale, vista l’indagine in corso, interrogare l’ex moglie della vittima, che peraltro, non essendo ancora divorziata,avrebbe anche ottenuto parte della sua non florida ma neanche deprecabile eredità.
Studiò il da farsi. Soprattutto, cercò di ottenere informazioni sui due, in particolare sul Guttelmossi, ritenendo niente affatto casuale l’indizio suggeritogli dalla poesia.
E finalmente trovò quello che cercava. L’azienda di suo cugino aveva perso qualche tempo prima un appalto praticamente già vinto. Alle buste infatti era risultato che si era aggiudicata una clientela importante; nei fatti, però, il lavoro era stato successivamente preso da un’altra azienda misteriosa, chiamata DG. Ricordava anche lui vagamente quella storia di cui tempo fa si era un po’ parlato in giro e quelle iniziali che gli avevano fatto pensare a Dolce e Gabbana. E ora ripensandoci…
Sì, quelle iniziali dovevano corrispondere a Dario Guttelmossi!
Ormai erano troppe le coincidenze perché potesse accontentarsi della soluzione del suicidio e archiviare il caso. Più andava avanti più quel Dario non lo convinceva. Decise pertanto di tendergli una trappola.
Innanzitutto gli venne in mente di pedinarlo. Avrebbe potuto rivolgersi a qualche professionista nel settore, ma era troppo grande il desiderio di farsi giustizia, per una questione sia familiare, sia di principio, che decise di vendicare personalmente il suo congiunto. Pensava infatti che quell’uomo avesse rubato, in modi e tempi diversi, la donna, il lavoro e infine anche la vita a suo cugino, peraltro quasi suo omonimo, tanto che un po’ era come se avesse rubato il tutto a lui stesso.
Questo lasciavano trapelare gli indizi. Ora si trattava solo di capire come le cose fossero effettivamente andate. Prese dunque la decisione di seguire l’uomo, deciso ad estorcergli una confessione. Certo, era tutt’altro che facile, anche per quella che era stata la dinamica della morte del cugino…
Per aiutarsi nella sua indagine iniziò col giocarsi la carta più scontata e assieme controversa che aveva a disposizione, quella che in un primissimo momento aveva deciso di non usare. Interrogò sia il suo sospettato, sia l’ex moglie, al fine di ricavarne elementi utili. Entrambi si dissero e si mostrarono costernati per quanto era successo, oltre a dirsi ovviamente estranei alla vicenda.
Mentre ascoltava le loro deposizioni gli venne in mente che la parola “estranei” è quasi contenuta in quella “costernati “: ha giusto una “e” in più. La “e”, come una congiunzione che si apriva all’ignoto, suggerì al suo intelletto ormai condizionato dai giochi enigmistici di guardare oltre le loro dichiarazioni di circostanza.
Guardare oltre, come l’ultimo verso della poesia-testamento lasciata da suo cugino…
Insoddisfatto per l’interrogatorio di cui sopra, riprese in lui vigore l’idea di pedinare Dario. Era infatti quell’uomo a convincerlo di meno: seppure la donna avrebbe avuto il movente dell’eredità, non la credeva capace di arrivare a uccidere il suo ex marito, e non la riteneva neanche una potenziale complice, almeno per come la ricordava essere ed essere stata anche in passato.
Ormai non era più tempo di elucubrare, ma di agire. Per cui agì.
Prese a seguire l’uomo, appurando di avere un vero e proprio talento al riguardo, e scoprì che aveva delle frequentazioni tutt’altro che inattaccabili. Da commissario capì sin da subito che si muoveva nell’ambito della malavita locale, la quale probabilmente era stata la responsabile di quell’appalto “miracolosamente” vinto… Probabilmente suo cugino aveva scoperto tutto ed era stato suicidato, come si suol dire, ossia costretto a uccidersi. Questo avrebbe spiegato il tutto. Ma come era riuscito suo cugino a comporre la poesia e a lasciare quell’importantissimo indizio?
E soprattutto, come si poteva provare che le cose fossero andate effettivamente così?
Intanto, per aiutarsi, il commissario andava sempre in giro con un sofisticato registratore di ultima generazione, che captava ed amplificava anche i segnali più deboli: qualora fosse emerso qualcosa nei dialoghi che il suo indiziato teneva qua e là, lo avrebbe usato, costasse quel che costasse…
E questa scelta si rivelò vincente. Un giorno ascoltò proprio le parole che voleva sentire. Successe che certi figuri dicessero proprio, testualmente: quel gallo l’hai fatto tacere, ora però vedi di non fare tu chicchirichì e pensò che tale espressione metaforica dal significato neanche troppo oscuro si attagliasse perfettamente a ciò che stava cercando.
Si giocò allora il tutto per tutto. Rischiando anche l’accerchiamento da parte dei malavitosi sfruttò il momento in cui Dario era rimasto da solo per fargli riascoltare la registrazione. Contestualmente, gli espresse tutti i suoi sospetti, aggiungendo per essere più incisivo qualche tassello che non aveva ancora ricostruito con prove documentate ma che con l’intuito e la fantasia aveva composto in modo mirabilmente convincente.
In un primo momento Dario negò tutto; poi, incalzato dal commissario che gli promise un trattamento di favore al processo qualora avesse confessato e si fosse costituito, traballò, quel poco o tanto che bastò al commissario per capire che i suoi sospetti erano fondati. Intanto lui stava registrando, passando in un lampo dal tasto play a quello recorder, la sua mezza confessione, dalla quale si evinceva che le ultime volontà espresse, e accettate, di suo cugino erano state proprio comporre al computer in pochi minuti quella poesia, giudicata dal suo carnefice con troppa superficialità inoffensiva: un innocuo vezzo da parte di una persona che si atteggiava ad essere un artista e una persona “romantica” fino in fondo…
Mentre il commissario si stava congratulando con sé stesso per il successo insperato che si andava profilando, spuntarono fuori proprio i malavitosi, decisi a metterlo a tacere per sempre. In un istante pensò prima che aveva la grande occasione per incastrarli tutti, poi che il finale più verosimile era che non avrebbe potuto, semplicemente perché ci avrebbe rimesso le penne.
Ma i “banditi” gli concessero un vantaggio che non si sarebbe mai aspettato. Rivolsero infatti in un momento iniziale le loro pistole non già verso di lui, come temeva ed era lecito aspettarsi, bensì verso Dario, forse perché si era lasciato scappare quella confessione che li aveva o avrebbe potuto coinvolgerli, o forse perché c’erano già da tempo degli screzi tra di loro, come risultava dalla frase che aveva captato.
Mentre il Guttelmossi veniva trucidato senza pietà e ripensamenti dai suoi ex amici, il commissario, con una freddezza e una determinazione che neanche sospettava di possedere, sgattaiolò dalla scena, sapendo di essere braccato dal branco, ma deciso a vendere cara la pelle. Essendo infatti in possesso della registrazione di quanto avvenuto sarebbe bastato portare in salvo il suo registratore, oltre che, appunto, la sua “pelle” (per la verità tra sé e sé la chiamò “pellaccia”: chissà perché gli venne in mente, nella concitazione del momento, quel l’espressione da film western) per fare incriminare i responsabili, vivi e non, delle due morti.
Ed ecco, quando ormai sembrava che per lui non vi fosse scampo, visto che dopo essersi inoltrato in dei vicoli disabitati era stato raggiunto da quelle bestie assetate di sangue, si materializzò l’ultimo e più importante aiuto fornitogli, direttamente o indirettamente, dal testamento di suo cugino. Dopo l’anagramma, dopo il guardare oltre, il sole che volgeva al tramonto riverberò sui visi dei suoi assalitori, accecante, e deviò i loro colpi.
Anche stavolta con straordinaria prontezza, nonché con la forza della disperazione, il commissario riuscì a sgusciare fuori dalla scena e a mettersi in salvo, stavolta definitivamente. A quel punto, in possesso di prove concrete, poté diramare l’ordine di cattura di quella gentaglia che fu trovata, non senza fatica, ed assicurata alla giustizia.
Suo cugino era stato vendicato. Suo nipote, d’ora in poi, sarebbe stato per lui come un figlio, quel figlio che non aveva ancora avuto, tutto preso come era stato dal suo lavoro. Lo doveva a suo cugino (nel corso della confessione aveva infatti scoperto che era sua intenzione riprendersi suo figlio e magari anche la sua ex moglie: questo probabilmente era stato uno dei motivi della sua morte) e lo voleva lui stesso, per una questione di giustizia e anche perché quel ragazzo gli aveva dato fiducia…







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pubblicato il 2015-04-30 alle 21:54:07