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Paolo e Francesca o Lancillotto e Ginevra?
Il professor Vinci entrò in classe.
Gli alunni presero posto: frementi, anche un po' tremanti. Quello era il giorno dell'interrogazione.
Ma il professore sembrava distratto, come su un altro pianeta. Si capiva perché li fissava ma in modo inespressivo, come se la sua attenzione fosse in realtà rivolta a qualcos'altro.
Dopo qualche minuto anche quei ragazzi inesperti, ancora "innocenti", capirono che c'era qualcosa che non andava, che un fattore misterioso era probabilmente intervenuto in loro soccorso, e forse non sarebbe stato necessario un escamotage da parte dei più intraprendenti per evitare il temuto "esame"...
Il professore cercò di rompere la strana cortina di silenzio che si era creata. Ma dalla sua bocca uscirono parole sconnesse, il cui senso, più o meno era: "Scusatemi, ragazzi, oggi non sono in grado di fare lezione; rimandiamo quanto era in programma oggi alla prossima occasione utile". In realtà il professore articolò solo un nome di donna pronunciato per metà, cui seguì un incomprensibile farfugliare e infine, più distinte, le seguenti parole: "Vi do più tempo per studiare".

Terminata l'ora di lezione, dopo avere salutato gli sguardi riconoscenti dei suoi alunni, il professore si rituffò full immersion nella realtà che in parte si era procurato, in parte lo aveva inavvertitamente travolto. Un professore serio come lui, un cattedratico, uno degli uomini più affidabili della sua cittadina, rischiava di fare una fine peggiore di quella del professor Unrat dell'Angelo Azzurro. Questo perché il professore aveva completamente perso la testa per una sua collega. Niente di male se non fosse per il fatto che erano entrambi sposati, tra l'altro la sua amata nientepopodimeno che col preside della scuola!!! Quando la loro tresca sarebbe diventata di pubblico dominio sarebbe scoppiato uno scandalo enorme. E' vero che ormai si era nel terzo millennio, ma una storia di tal genere aveva tutti i requisiti per fomentare le polemiche violente di tutti coloro che per un motivo o per un altro potevano avercela con tali protagonisti e tutte le ragioni per scatenare gli appetiti pruriginosi dei cacciatori di gossip fuori dalle pagine dei giornali e dalle chiacchiere televisive.

E ciò nonostante, il professore non sapeva rinunciare a quel demonio in veste di angelo. Giovane, bella, seducente, sembrava davvero una soubrette, un'attrice, anziché una insegnante. E chissà per quale bizzarria anche lei era stato attratto da lui, seppur sempre così compunto, quasi grigio. Il professore non poteva smettere di pensare al biancore della sua pelle, così irreale e per questo così eccitante, ai suoi seni perfetti, che sotto le sue mani insospettabilmente si inturgidivano, coi capezzoli ritti e duri. Ricordava il loro primo contatto, casuale, per una consulenza su un argomento sul quale entrambi avevano fatto degli studi. Ne era seguito uno sfiorarsi casuale, due sguardi che si erano incrociati simultaneamente, e da lì una catena di eventi che con un effetto domino aveva portato a una gradualmente sempre più intensa frequentazione, prima essenzialmente verbale, a un certo punto anche fisica, fino a che quest'ultima componente non aveva avuto la prevalenza. E ora i due novelli Paolo e Francesca approfittavano di ogni circostanza favorevole o di un vasto repertorio di bugie create dalla loro fervida fantasia per incontrarsi clandestinamente e bruciare nel fuoco della passione. Facevano l'amore con dedizione totale e intensità sempre crescente: i loro corpi raggiungevano l'estasi all'unisono, cosa che, a loro dire, non era mai capitata a nessuno dei due nelle relazioni che avevano o avevano avuto. Non appena si incontravano dopo che per qualche giorno non avevano potuto, lui già la spogliava con gli occhi; quando poi finalmente poteva spogliarla effettivamente, era assieme dolce e deciso, sì che lei pendeva dai suoi gesti, il suo corpo vibrava e i suoi organi genitali si inumidivano al solo vederlo così concentrato sul piacere che entrambi avrebbero provato congiungendosi assieme. Probabilmente il fatto che il loro rapporto fosse una cosa solo loro, peraltro assolutamente improbabile agli occhi dei rispettivi coniugi e della collettività, rendeva il loro gioco erotico ancora più appagante, quasi irrinunciabile, e seppure potesse risultare a conti fatti ingiusto o addirittura perverso, anche nei confronti dei rispettivi figli (uno per parte), la cosa si rivelava semmai ancora più intrigante e vivificante, soprattutto se messa a confronto col grigiore che, come detto, emanava negli altri contesti dalla figura del professore e dalla sua stessa vita, e con l'autorità che il ruolo del marito di lei esercitava sulla professione che svolgevano all'interno della scuola.

Questo stato di cose "clandestino" chissà fino a quando sarebbe durato se un alunno non avesse ritenuto opportuno confidarsi col preside stesso! Era costui il primo della classe, il famoso "secchione", il quale soffriva dei crescenti sbandamenti del professore. Sbandamenti presi come note positive da parte del grosso della classe, felice di non cadere vittima della severità dell'insegnante, distratto dalla sua vita privata. Sbandamenti che infastidivano l'alunno, il quale avrebbe voluto essere interrogato, e dal momento che non era la prima volta che non poteva dimostrare il proprio valore, pensò bene di rivolgersi al preside per informarlo di ciò che da qualche tempo accadeva nella sua classe.
- "Signor preside", gli disse non appena incrociò il suo sguardo, che trapelava dalla porta semiaperta del suo ufficio, porta che il preside teneva socchiusa, ma, sfidando la corrente che si creava grazie alla finestra tenuta sempre aperta, indirettamente faceva sì che si aprisse anch'essa periodicamente, non appena il vento da fuori soffiava un po' più del consueto. - "Dimmi, Cartumi". -"Signor preside, scusi se la disturbo, forse sono un vigliacco, una spia, un crumiro, ma... nei miei compagni non trovo ascolto, e quest'anno abbiamo gli esami... Io ho bisogno del professore come era prima! Non è più concentrato su di noi, ha qualche pensiero che gli attraversa la mente e io così non posso verificare la mia preparazione!" - "Cartumi, che dici? Nessuno ha fatto lamentele di questo tipo, non ne so niente... A che ti riferisci esattamente?" - "Signor preside, io credo che il professore abbia la testa altrove e non gliene freghi più niente di insegnarci e interrogarci. Ha uno sguardo trasognato. Oggi, poi, dopo un lungo silenzio, anziché farci capire che significava ha esordito pronunciando un nome di donna a mezza bocca, un nome che non c'entrava niente con quello che poi ha detto! " - "Un nome di donna? Che nome, Cartumi?" - "Mi sembra che abbia detto: "Elisabe... forse intendeva Elisabetta!".
Il preside trasalì. Liquidò subito l'alunno con delle vaghe rassicurazioni dopo aver verificato che non poteva attingere dalle sue parole delatorie altri indizi e si concentrò sul da farsi. Elisabetta era il nome di sua moglie! Forse tutto tornava: ultimamente l'aveva vista, quando l'aveva vista perché molte volte non riusciva a capire dove fosse, strana e distratta, quasi turbata. Il preside aveva attribuito la cosa agli studi che parallelamente all'insegnamento la sua consorte portava avanti per cercare di entrare come docente all'università, ma forse a questo punto c'era davvero dell'altro... Decise pertanto di pedinare sua moglie.

Ed eccolo, il nostro preside. La figura più rappresentativa della scuola, uno dei punti di riferimento di quella comunità, in agguato come un gatto pronto a balzare sulla preda e assieme triste e preoccupato al pensiero di essere stato beffato da quei suoi "sottoposti", per motivi diversi entrambi inaccettabili in quel ruolo ai suoi occhi. Lei perché era la persona in cui lui aveva investito la sua fiducia, nonostante la sua anziana e saggia madre, con sensibilità e arguzia tutte femminili, lo avesse sconsigliato sin dal principio: "E' troppo bella per te!" Lui perché era veramente un personaggio improbabile sia come amante, sia come cornificatore di lui e della donna che ne aveva accettato i difetti di marito noioso e apparentemente prevedibile...
Il preside si distolse dai suoi pensieri allorché si accorse che una coppia era entrata nella sua casa in campagna, che poco prima, dopo una lunga passeggiata, il preside stesso aveva raggiunto, ma senza varcarne la soglia. La casa che era stata di sua madre prima da sposa, poi da vedova: una casa ormai abbandonata, priva di vicinato, che utilizzava poco e niente, aveva lasciata sfitta e nella quale lui e la moglie si recavano solo per pochi giorni d'estate, curandone la manutenzione una volta ogni paio di mesi, da quando, dopo la morte di sua madre, anche l'orto, assalito dalle erbacce, era ormai solo il ricordo di un tempo andato, in cui avevano proliferato anche animali da allevamento.
Ma perché il preside si era recato lì? Semplicemente perché aveva preso a spiare la moglie, specialmente nelle sue conversazioni telefoniche, e si era accorto, avendo amplificato la sua attenzione in genere abbastanza dormiente (essenzialmente per rispetto della sua donna), che lei aveva nominato quella casa. Non c'era nessun altro motivo plausibile perché lo facesse! Di lì il pensiero che i due amanti, ignari dei suoi sospetti, avrebbero potuto recarsi lì. Tutto ciò dopo che un paio di appostamenti che il preside aveva effettuato, sempre allo scopo di cogliere in fallo i due amanti, erano andati a vuoto.
Ed eccola, la coppia! Purtroppo i suoi sospetti si erano rivelati fondati: erano proprio sua moglie e il professor Vinci. E in atteggiamento inequivocabile... I due presero a baciarsi focosamente. Forse poteva bastargli per balzare all'improvviso e fare una scenata o scattare qualche foto per ricattarli o diffamarli. Ma con curiosità masochistica e al tempo stesso quasi perversa volle vedere fino a che punto arrivavano. E lì vide, spogliarsi, e giacere assieme. Indugiò sul particolare delle mutandine di lei tolte con cura e meticolosità, quasi con lentezza, dal professor Vinci, che aveva invece quasi strappato di dosso alla donna gli altri vestiti, e pensò che lo aveva fatto per farle pregustare il momento della penetrazione, come se si apprestasse a violentarla con dolcezza: una contraddizione solo apparente. Constatò quanto piacere emanasse dal corpo di sua moglie, che pure lui in passato aveva, a tratti, quasi ritenuto frigida e poi... Poi successe l'impensabile. La sua rabbia si tramutò in eccitazione!

Non aveva mai pensato di essere un voyeur. Non aveva mai neanche particolarmente amato i film porno. Eppure, forse per la tensione, forse perché c'era una parte di lui che egli stesso non conosceva, quella fu la sua reazione. Badando a non disturbare affinché i due non interrompessero l'idillio, da dietro la finestra il preside iniziò a toccarsi le parti intime, infine a masturbarsi, anzi, ad accarezzarsi il membro già dritto come un fuso, forse persino più di quello del professor Vinci intento a spassarsela con sua moglie. E a ogni colpo e movimento su e giù della coppia il preside rispondeva col movimento su è giù della sua mano, mentre, godendo al pensiero e assieme alla vista delle splendide cosce di sua moglie intrecciate con quelle di un altro uomo biascicava le parole frutto della sua vita di studi e letture: "Come Paolo e Francesca... Come Lancillotto e Ginevra... Veni, vidi... Vinci!"

Che poi in realtà si dica "Veni, vidi, vici" forse a questo punto interessa solo a Cartumi...







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pubblicato il 2013-01-31 alle 23:41:59